Il massimo esempio di diario filosofico dell’antichità sono i Pensieri di Marco Aurelio, imperatore di Roma dal 161 al 180, ricordato da Machiavelli tra i cinque imperatori “buoni” e generalmente ritenuto un sovrano illuminato.

Lo storico settecentesco Edward Gibbon afferma che il regno dei cinque “buoni” imperatori (Nerva, Traiano, Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio) fu il periodo “più felice e prospero” di tutta la storia umana. In realtà l’epoca di Marco Aurelio non fu per niente facile. Roma fu colpita da una sequela di disastri: alluvioni, terremoti, epidemie, insurrezioni dei popoli insediati lungo i confini settentrionali dell’impero.

Nell’ultimo decennio della sua vita Marco dovette combattere contro le tribù germaniche in estenuanti e feroci campagne invernali. Era stanco, malato, sentiva la mancanza della famiglia e probabilmente desiderava una tregua nella guerra infinita. Ma rimase sempre al suo posto. E tenne un diario in cui prese nota dei suoi pensieri, cercando di fortificarsi contro le sfide della vita.

Probabilmente i Pensieri sono il mio libro di filosofia preferito. Le Diatribe di Epitteto sono una medicina più portentosa, ma le riflessioni di Marco Aurelio sull’universo rivelano una poesia e un misticismo che sono unici. Alcuni lettori hanno osservato che i Pensieri sono un testo frammentario e ripetitivo, non altrettanto strutturato e ben scritto, poniamo, di una qualsiasi delle raffinate opere di Cicerone o di Seneca. Ma questo significa fraintendere il senso del diario.

Marco Aurelio di certo non intendeva compiacere un pubblico e il titolo, Ta eis heautón, che letteralmente significa “A se stesso” (Marco scriveva in greco), è sufficiente per capire che l’autore lo scrisse per sé, annotando e mettendo in discussione i suoi pensieri irrazionali e cercando di acquisire atteggiamenti più saggi. Per questo può apparire ripetitivo o frammentario: perché Marco rifletteva su qualunque cosa la sua mente avesse dovuto affrontare durante il giorno e si esercitava nelle risposte finché non riusciva ad acquisirle pienamente.

Marco Aurelio impiega il diario come uno strumento, una palestra intima in cui ritirarsi, sottraendosi alle esigenze della dignità imperiale, per esaminare i propri pensieri e dedicarsi all’addestramento spirituale. Si serve della scrittura come esercizio. Prende una situazione che lo ha turbato, vi ragiona sopra, la volta e rivolta, la considera sotto differenti angolature.

Lo psicologo sociale James Pennebaker ha studiato la prosa autobiografica e le ragioni per cui spesso le persone trovano profondo conforto nello scrivere sulle proprie esperienze traumatiche. E ha scoperto che coloro che trovano maggior aiuto nella scrittura poco alla volta passano dall’uso prevalente del pronome di prima persona a una via via maggiore varietà di pronomi (da io a tu, egli, loro, noi, eccetera) e di nessi causali (poiché, quindi, è per questo che).

Si tratta di spersonalizzare una situazione difficile, di prenderne le distanze e di farsene una ragione. Proprio queste sono le intenzioni di Marco Aurelio, che considera le situazioni difficili da prospettive multiple, rende flessibile la sua mente, come in un esercizio di yoga, e va in cerca di nuovi atteggiamenti, finché non gli diventano abituali.

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