La vita e la morte secondo Epitteto
18 novembre 2022 · 2 min di lettura

Epitteto amava riflettere sulla vita e sulla morte con i suoi allievi nella scuola che aveva aperto a Nicopoli. Nei resoconti di queste conversazioni Epitteto descrive a più riprese la vita come un dono, qualcosa che ci è stato dato, ma allo stesso tempo qualcosa che può esserci tolto. Non appartienne a noir, ma al donatore, la Natura.
Rinvolgendosi a questo poter superiore, afferma:
Ora vuoi che lasci la festa: me ne vado, molto riconoscente, perché mi hai giudicato degno di prender parte alla festa con te.
La vita è un evento, come una festa o un ricevimento, e come tutti questi eventi deve arrivare alla fine. Dipende da noi ringraziare l’ospite per il buon tempo trascorso o lamentarci per il fatto che la festa non possa proseguire ancora.
La nostra vita, quindi, è un dono, e un giorno dovremo restituirla.
Lo stesso vale per la vita dei nostri cari:
Non rie mai una cosa: “L’ho perduta”, ma “L’ho restituita”. Tuo figlio è morto? È stato restituito. Tua moglie è morta? È stata restituita.
Tutto ciò che abbiamo e che amiamo è semplicemente in prestito. Nulla può essere tenuto per sempre, tra l’altro perché noi stessi non saremo qui per sempre. C’è la tentazione di descrivere questo fatto come una tragica, dolceamara verità sull’esistenza umana, ma Epitteto è molto più diretto al riguardo:
Se vuoi che i tuoi figli, tua moglie e i tuoi amici restino in vita a ogni costo, sei uno stolto; infatti vuoi che ciò che non dipende da te dipenda date e che le cose che ti sono estranee siano tue.
In modo molto pragmatico Epitteto dice che la morte, nostra o di qualcun altro, non è nulla di terribile, perché, se lo fosse, anche Socrate l’avrebbe pensata così. Il fatto che personaggi celebri per la loro saggezza abbiano affrontato la morte con serenità dovrebbe farci fermare a riflettere, suggerisce.
L’opinione che la morte sia qualcosa di terribile è semplicemente il prodotto del nostro giudizio su essa. Possiamo scegliere di concepirla in modo diverso. In verità, Epitteto insiste che noi dovremmo concepirla in modo diverso, poiché il giudizio che sia una cosa terribile si basa su un errore. Il fatto in sé di essere vivi è un “indifferente“, e , in ogni caso, una delle cose che non dipendono da noi.
In tutto ciò, l’obiettivo di Epitteto è quello di ridimensionare la nostra preoccupazione per la morte e di alleviare la nostra pena per la perdita dei nostri cari. Ma allo stesso tempo vuole che noi apprezziamo la vita che abbiamo.
La nostra vita non ci appartienne, potrebbe esserci tolta in qualsiasi momento, quindi godiamocela finché dura. Verso la fine dell’Enchiridion (Manuale) paragone la vita alle Olimpiadi: la gara è in questo momento, non possiamo rinviarla più a lungo, e tutto dipende da ciò che ciascuno di noi farà proprio ora, in questo singolo giorno.
Bibliografia:
– Tutte le opere di Epitteto
– Manuale di Epitteto
– Sette brevi lezioni sullo stoicismo di John Sellars
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